11 Aprile 2016 di Chiara BelcastroBig

Esclusiva, Cisolla: "Il volley è cambiato molto in 20 anni, colpa di crisi e tecnologie"

Intervista esclusiva ad Alberto Cisolla, che pur di non smettere con la pallavolo giocata è sceso in A2 per far crescere i giovani a Brescia. Interessante la sua disamina sul mondo moderno del volley...
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Foto tratta da belliditalia.blogspot.com
Alberto Cisolla non si preclude mai nulla, lascia aperte tutte le porte. Dopo aver vinto tutto con la Sisley Treviso ha indossato le maglie dei più prestigiosi club italiani. Nel 2008 è stato il capitano della Nazionale alle Olimpiadi di Pechino mentre oggi ha scelto di mettere a disposizione dei nuovi talenti tutta la sua esperienza. Un grande atleta che, per la fortuna di tutti i tifosi, non sta ancora pensando al ritiro e che ci ha raccontato il suo presente. 


Qual è stato il segreto del dominio Sisley?
“Credo sia stato un mix di tanti elementi. Per fare un paragone calcistico, in quegli anni siamo stati molto spesso accostati alla Juve. Al di la della copertura economica di un grande imprenditore (Benetton), avevamo tutte le possibilità per svolgere al meglio il nostro lavoro. Sono certo che tutto ciò è stato frutto di una corretta e precisa programmazione, importanti investimenti nel settore giovanile che sono stati nettamente ripagati, basti pensare agli anni 2002/2003 quando, insieme a me, sono diventati titolari Fei, Tencati, Vermiglio. L’esempio lampante è lo  Scudetto vinto dopo il ricambio della cosidderra 'Generazione dei Fenomeni'. Conquistare lo Scudetto al primo anno, dopo grandi rivoluzioni, inserendo titolari quattro giocatori su sei del proprio settore giovanile, per di più italiani, penso sia stato il successo più grande della programmazione della Sisley Treviso. Grandi meriti alla Società, agli allenatori, allo staff ma in particolare al Direttore Sportivo Bruno Da Re, il quale ha puntato molto sugli italiani, li ha fatti crescere ed esordire nel momento giusto con attorno giocatori giusti. Il fattore determinante è stata la creazione di un giusto equilibrio, importante perché consente a tutto l’ambiente di rendere al massimo nei momenti che contano. E’ questo il grosso merito della società di Treviso, unito poi alla crescita dei talenti italiani e all’acquisto dei giocatori stranieri più forti in circolazione all’epoca”.

Sacrifici tutti ripagati quindi?
“Direi proprio di sì, perché credo che in quelle stagioni meglio di così non si potesse fare. Solo per citarne alcuni: 7 Scudetti (di cui quattro in cinque anni), 3 Coppe dei Campioni e molto altro. Ripeto, tutto questo non è stato conseguito a caso ma è frutto di una perfetta programmazione societaria”.


Dopo Treviso, Macerata, Roma, Latina, Bahrain, ora Brescia (A2). Una squadra di giovani talenti nella quale tu sei sicuramente l’elemento che vanta maggiore esperienza. 
“(ride)E’  la prima volta che mi trovo ad affrontare un’esperienza simile. La scelta di Brescia è stata un po’ particolare. Ho compiuto 38 anni e mi rendo conto di non essere più quello di 15 anni fa. Rendendomi conto dei limiti ho fatto delle scelte, quindi sono sceso di categoria (A2) per essere comunque competitivo. Brescia è stata un’occasione che mi è capitata, mi è stata fatta l’offerta della società e la decisione di fare un progetto giovani. Un’esperienza simpatica, divertente e certamente stimolante perché nettamente diversa da quelle dei vent’anni precedenti. Io ritengo sia molto importante per un atleta rendersi conto che con l’avanzare dell’età le capacità diminuiscono, è utile andare alla ricerca di nuovi stimoli: una volta avevo come obiettivo la finale dell’Europeo, ora mi metto a disposizione per cercare di dare una mano per crescere i giovani talenti italiani. Venticinque anni fa, quando io ero dall’altra parte, giovane, alle prime uscite in Serie A, avrei pagato oro per poter condividere il campo con giocatori esperti. Devo ammettere che qui mi sento a casa, ormai vivo a Salò da più di dieci anni, sono bresciano d’adozione!”.


Qualche giorno fa hai postato una foto dove ricordavi che questa era la tua ventesima stagione. Quanto è cambiata la pallavolo in questi vent’anni?
“Tantissimo, sia dal punto di vista dei regolamenti sia del gioco. E’ inutile nascondere che la crisi sta segnando tanto il movimento, il nostro campionato e anche l’apertura verso altri campionati (vedi Russia, Corea, Turchia) che ci sono sempre stati ma che, fino a qualche anno fa, non venivano presi in considerazione. Adesso per un giocatore è normalissimo fare una o più stagioni all’estero, qualche anno fa i trasferimenti più importanti prevedevano spostamenti interni: Treviso, Modena, Trento e Cuneo. Sono cambiati i modi di vedere ed approcciarsi allo sport. Stiamo assistendo ad una globalizzazione del volley dove anche la tendenza ad essere sempre più fisico ha mutato nettamente il modo di giocare”. 

Qualche mese fa sono state riprese delle dichiarazioni di Francesca Piccinini dove si accusavano le nuove generazioni di “essere poco rispettose verso chi ha più esperienza, essere viziati,  avere difficoltà di comunicazione”. Ti trovi d’accordo?
“Conosco bene Francesca e non so se facesse riferimento a un caso specifico o comunque ad un problema personale. Devo ammettere che l’approccio allo sport dei giovani di adesso è molto diverso da quello che ho avuto io (e probabilmente Francesca) vent’anni fa. Una causa potrebbe essere il  calo di professionalità dovuto alla mancanza di risorse economiche. Una volta tutte le società (sin dalla B1) erano organizzate come una squadra professionistica, quindi, già a partire dal settore giovanile, si aveva un preparatore atletico, un fisioterapista, un dirigente pagato per svolgere il suo lavoro; per non parlare poi dell’A1 e A2 dove si formavano delle vere e proprie piccole aziende e imprese. Con la crisi economica tante di queste figure sono andate a scomparire. Si va a cercare aiuto dai volontari, dagli amici, dai genitori, coloro che mettono davanti a tutto la passione e collaborano gratuitamente. Sono loro la forza dello sport. Quando io a 13-14 anni muovevo i primi passi a Treviso vedevo la pallavolo già come una cosa importante, quasi lavoro, anche se lavoro non era perché era, è e sarà la mia grande passione. L’approccio era molto professionale, tutto quello che ruotava intorno al volley era sacro: l’allenamento, la preparazione alla partita... Oggi più si scende di livello, più viene a mancare questo approccio professionale. E’ importante però che il giovane viva la pallavolo con più spensieratezza e leggerezza rispetto a come la si viveva qualche anno fa. Tolto il discorso sportivo,  è vero che per le nuove generazioni cambia il modo di relazionarsi e approcciarsi con la vita a causa della tecnologia (al giorno d’oggi sicuramente invasiva nei rapporti interpersonali)”. 

Quali sono i progetti per un futuro extra pallavolistico?
Conosciamo la tua passione per il settore enogastronomico…
“I genitori di mia moglie hanno un ristorante sul Lago di Garda e questo è un settore che mi ha sempre affascinato, fin da piccolino: buona cucina, buon vino. Grazie alla pallavolo ho avuto la possibilità di girare molto e di visitare bei posti, provare delle ottime cucine e ristoranti e tutto ciò mi ha permesso di appassionarmi sempre di più a questo ambiente. Mia moglie ci lavora a tempo pieno da ormai 3/4 anni, mentre io appena ho del tempo libero corro a darle una mano. Al di fuori di questo ambito, sono molte le attività che mi piace fare. Per esempio, le telecronache sono state un’occasione bellissima che mi è capitata, ho avuto l’opportunità di andare a Londra per un mese e vivere l’Olimpiade in maniera differente rispetto a come le avevo vissute in precedenza. Quando mi capita mi rendo volentieri disponibile per questo tipo di lavori”.

Pensi che ci sarà sempre spazio per la pallavolo, una volta conclusa la carriera da atleta?
“Sicuramente non mi sento di abbandonare del tutto la pallavolo poiché rimane e rimarrà sempre la mia grande passione ed è ciò che mi occupa da venticinque anni a questa parte. Credo che troncare nettamente sarà molto dura e, ora, non è mia intenzione farlo. Quando deciderò di smettere vedremo cosa mi si creerà, quali saranno i pensieri, le sensazioni e cosa si presenterà da fare sempre all’interno del mondo del volley. Non mi sento di escludere nulla, ma non credo di avere la voglia di intraprendere una carriera da allenatore (sebbene forse io possa esser portato e ne abbia le qualità); perché dopo venticinque anni vissuti in giro per l’Italia e il mondo sento la necessità di rimanere vicino a casa, con mia moglie e mia figlia”.
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