30 Novembre 2018 di Fabio SacchiEsclusive

Ndoja: "Mai mollare, con sacrificio e forza di volontà si raggiungono gli obiettivi"

Punto di riferimento della Bertram Tortona (A2), l'ex Virtus racconta del suo amore per il basket, del rapporto con i posti in cui ha giocato e vinto, dei fratelli Gentile e della sua vita... tutt'altro che semplice.
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Klaudio Ndoja, oggi alla Bertram Tortona
Nato a Scutari (Albania) e arrivato in Italia su un gommone, l’ala ex Bologna ha iniziato a giocare nel CSI a 15 anni per poi farsi strada con grande voglia e forza di volontà fino a raggiungere la serie A1, debuttando con la maglia dell’Orlandina. Chiamato "Il Gladiatore" per la voglia di continuare a lottare e non darsi mai per vinto neanche nei momenti di difficoltà - di cui la sua vita è stata piena -, da quest’anno veste la maglia di Tortona in A2, con la quale ha vissuto un inizio di stagione (guarda caso) complicato, visti i tanti infortuni occorsi alla squadra. Riuscirà ad aiutare i suoi compagni a raggiungere i playoff?

Il campo sicuramente parlerà, ma nel frattempo godiamoci le sue parole e la sua incredibile storia, che è stata fonte di ispirazione anche del suo libro: "La morte è certa, la vita no. La storia di Klaudio Ndoja", pubblicato nel 2015.

La tua storia è davvero particolare tanto che hai deciso di scrivere un libro a riguardo. Quali sono stati gli eventi che ti hanno particolarmente segnato e cosa ti ha spinto a scrivere tale libro?

"Un po’ è stata la voglia di dare voce a quelle persone che non possono farlo, che sono emarginate perché non tutti come me hanno avuto la fortuna di poter giocare a pallacanestro e di avere visibilità. Poi anche per aiutare le persone in difficoltà, cioè che la mia storia possa servire a qualcuno nei momenti difficili per non mollare, che possa essere di ispirazione".

Come ti sei avvicinato alla pallacanestro? Hai avuto una figura di riferimento?

"Quando ero piccolo volevo giocare a calcio, ma, dato che c'era la guerra civile, era diventato pericoloso fare la strada da casa mia fino al campo. Quindi mio padre un giorno mi mise un canestro nel giardino e da quel momento è iniziato l’amore per la pallacanestro".

La tua prima stagione in serie A l’hai giocata con la maglia dell’Orlandina. Come è stata?

"E’ stato il coronamento di un sogno. Ho iniziato a giocare a 15 anni nel CSI e poi 7 anni dopo sono riuscito ad arrivare nella massima serie. Ho fatto tutte le trafile di tutti i campionati possibili, tutte le categorie ed è anche questo il senso del libro: se uno ha voglia di sacrificarsi, riesce a raggiungere i propri sogni e i propri desideri".

Hai rappresentato l’Italia al 3vs3 Street Basket World Championship, svoltosi a Mosca nel 2010. Che cosa ti ha colpito di questa esperienza e che differenze ci sono secondo te con il basket 5vs5?

"In quell’anno il 3x3 era nella sua fase embrionale, una cosa molto più specialistica. Erano pochi i giocatori che praticavano questa disciplina, adesso invece è un movimento che si è sviluppato di più. Quel giorno arrivammo terzi, per cui abbiamo preso anche la medaglia, fu un’esperienza pazzesca perché ho scoperto un altro mondo. C’erano tremila persone a vedere una partita di 3x3 e questo fa capire che movimento ci sia dietro il basket".

A Bologna l’anno scorso avete vissuto una stagione di alti e bassi, senza riuscire a raggiungere i playoff, nonostante il buon potenziale. Cosa è mancato secondo te?

"E’ mancato qualcosa a livello di gruppo, qualche difficoltà nell’amalgama, soprattutto tra coloro che avevano vinto la A2 e quelli invece che nel roster avevano giocato Eurolega ed Eurocup. Si sono poi aggiunti infortuni e qualche situazione sfortunata, che non ci hanno permesso di raggiungere questo importante obiettivo. E’ stata un po’ colpa di tutti".

Che rapporto hai con i fratelli Gentile? Alessandro ha inoltre iniziato un nuovo percorso all’Estudiantes. Cosa ti senti di dirgli?

"Sono come due fratelli per me, ci sentiamo quasi tutti i giorni. Non mi sento di dirgli niente perché sa già tutto. Ha lavorato tantissimo per questa opportunità, è felice di essere lì e sta facendo bene. Deve solo ritrovarsi e ritornare ad essere l’Alessandro di due anni fa, sta facendo tutto quello che può per tornare ad essere felice con la palla da basket in mano. Quando è felice e sa di avere fiducia intorno a lui, è sempre un giocatore determinante".

Parlando invece del tuo presente, a Tortona è stato un inizio complicato visti i numerosi infortuni. Secondo te questa squadra dove può arrivare? 

"Meglio che le difficoltà ci siano adesso perché se capitano a fine stagione è molto peggio. Cerco di essere positivo e di aiutare come posso la squadra per far capire anche a quelli più giovani che le difficoltà ci sono e ci saranno sempre, ma che bisogna sempre lottare. L’importante adesso è riuscire a fare qualcosa di buono in questa situazione complicata, che può essere una vittoria, come le ultime due, oppure un miglioramento che prima non riuscivamo ad avere. Pian piano penso che scaleremo la classifica e andremo dove ci compete. Per il momento mi sto trovando bene, anche se è stato difficile il primo periodo visto che ero infortunato e non riuscivo a fare ciò che volevo, specie non potevo giocare".

Qual è stata l’esperienza cestistica che ti ha segnato maggiormente?

"Due sono state le esperienze che mi hanno segnato di più: quella di Brindisi e quella di Bologna, che sono stati non a caso i posti in cui abbiamo vinto. Puoi avere bei ricordi e rapporti con le persone che ti rimangono, ma credo che per essere felici bisogna stare bene e soprattutto vincere".
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