6 Giugno 2018 di Chiara BelcastroEsclusive

Carroli: "Sacrificio, rispetto, arroganza e tanto cuore per arrivare al top"

È nato l'8 agosto come i campioni Roger Federer e Nigel Mansell. Classe 1990, Domenico Carroli ha vissuto in prima persona l'istrionica esperienza footbalistica americana, portandola al massimo livello in Italia, a Milano.
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Foto Studio Photosintesi
Come ti sei avvicinato al football americano?
"Il primo incontro è avvenuto nel corso del 2006 grazie a mio zio, Giulio Gallazzi, il quale negli anni ‘80 ha militato nei Warriors Bologna vincendo il Campionato Italiano nel 1986 e i Campionati Europei nel 1987 con la nazionale italiana". 

Quali sono state le motivazioni che ti hanno portato a vivere l’esperienza in America? 
"Da quando ero bambino ho sempre avuto la curiosità di vivere negli Stati Uniti e conoscere un nuovo Paese. Nel 2010 ho sfruttato l’occasione del football per frequentare il corso universitario in Business Management in America, giocare a football e imparare una nuova lingua che, al giorno d’oggi, è praticamente fondamentale. Il trasferimento è stato un’occasione per poter unire i tre elementi fondamentali della mia vita. Un’esperienza che ripeterei altre infinite volte". 

Quali difficoltà hai dovuto affrontare?
"Come succede nella vita, questa scelta ha comportato non poche difficoltà. Partire, da solo, a 19 anni, lasciare tutto per andare a vivere in un posto che è diviso da Casa da un oceano e dove si parla una lingua a te sconosciuta non è stato affatto facile. È dura quando si hanno momenti bui o ci si sente giù moralmente e i familiari o gli amici, sempre pronti a darti manforte, sono lontani".

Su cosa ti ha fatto riflettere l’esperienza americana?
"Spesso sottovalutiamo quanto siamo fortunati ad essere circondati da persone che ci vogliono bene, pronte a tirarti su il morale quando le cose non vanno come dovrebbero. Ho imparato che tutto si supera, serve spirito d’adattamento, perché il mondo è veramente diverso da come lo si percepisce e conosce, e consapevolezza che nulla resterà sempre uguale. Allontanarmi da tutto è stata un’opportunità di crescita personale impagabile che consiglio a tutti coloro che se lo possono permettere, ma soprattutto che hanno la forza di farlo".

Ci racconti la tua esperienza in Nazionale?
"La prima volta che indossai la maglia della nazionale fu nel 2008 quando con la selezione Under19 andammo in Russia per giocarci le qualificazioni agli Europei. Purtroppo ne uscimmo sconfitti ma l’esperienza fu unica. Successivamente partecipai ai raduni della nazionale Senior ma, a causa del trasferimento in America, fui costretto a rifiutare la convocazione per gli Europei del 2013 per non rischiare infortuni e compromettere la mia carriera negli USA. Terminata l’università, ho avuto nuovamente l’opportunità di indossare la maglia del blue team, guidata da coach Davide Giuliano, per partecipare al torneo di qualificazione in vista degli Europei. In questa occasione, rispetto al 2008, l'epilogo fu ben diverso: qualificazione raggiunta e primi classificati al torneo".

C’è una partita che vorresti rigiocare per cambiarne il risultato?
"Mi piacerebbe rigiocarne più di una ma, se dovessi scegliere, direi sicuramente il Superbowl del 2011, match perso 62 a 76. Io militavo nelle file dei Warriors Bologna e il match è stato disputato a Parma, contro Parma. Sono sicuro che prima o poi ci sarà l’occasione per una rivincita".

Qual è il significato del tuo n° di maglia?
"In realtà il mio numero di maglia non ha nessun significato particolare, chi gioca in linea d’attacco, il mio ruolo, può utilizzare soltanto numeri dal 50 al 79. Sicuramente quello a cui sono più affezionato è il 79, il primo da me indossato".

Quale credi sia stata l’esperienza più importante della tua carriera, fino ad ora?
"Senza dubbio il viaggio americano è in cima alla lista delle mie esperienze footbalistiche. In riferimento al football italiano, non posso negare che il rientro nel mio Paese mi ha dato e mi sta dando davvero tantissimo. Nel 2017, giocare a Frankfurt in uno stadio gremito di supporters è stato meraviglioso!".

Che differenze ci sono tra il football praticato in Italia e quello in America?
"Oltre al fatto che in America il football non va spiegato ma è la cultura che maturi nella vita di tutti i giorni, credo che la differenza fondamentale sia nei ruoli di linea, perché è sempre difficile trovare ragazzi grossi e veloci, e nei coaching staff che al momento sono ancora poco preparati rispetto agli americani, sempre per il fattore cultura di cui ho parlato prima. Qui in Italia stiamo comunque migliorando sotto molti aspetti, anche se il divario rimane ampio".

Aiutaci ad entrare nel tuo mondo. Quali sono i valori diffusi dal football americano?
"Uno su tutti: imparare a vivere in una squadra. Qui sono racchiusi più valori tra i quali amicizia, rispetto, umiltà e famiglia. All'interno di una squadra di football sana ci sono almeno 45 elementi e sono tanti da gestire. Per farlo bisogna lavorare duramente; per questo motivo dico che è fondamentale avere un gruppo unito per avere successo in questo sport. Tutti contribuiscono alla vittoria, non solo chi segna mille touchdowns. Infine, bisogna sempre divertirsi quando si è in una squadra; se questo viene a mancare, allora c’è un problema all'interno di essa".

Quali sono i ruoli nel football?
"I ruoli si dividono in tre fasi di gioco, ovvero attacco, difesa e Special Team. Ogni ruolo ha un suo "antagonista". Io gioco in linea d’attacco, offensive tackle (ruolo più esterno della linea offensive composta da cinque giocatori). La linea di difesa, che si schiera di fronte alla linea d’attacco, è composta solitamente da quattro giocatori e ha il compito di fermare le corse occupando noi bloccatori della linea d’attacco, oppure deve cercare di arrivare al Quarter Back prima che l’avversario riesca a lanciare la palla".
 
Cos'è il Quarter Back?
"Il Quarter Back è il ruolo più importante all'interno degli sport di squadra. Tutte le palle passano da lui, è colui che amministra il gioco, il regista, ma soprattutto deve essere la persona emotivamente più forte e costante".

Quali sono le parole chiave del football? 
"Sacrificio, rispetto, arroganza, sicurezza in sé stessi e tanto cuore". 

E la passione?
"Manca passione? Beh, quella vien mangiando".

Perché una persona dovrebbe iniziare a seguire questo sport?
"Perché credo che il football sia qualcosa di diverso ed estremamente bilanciato. Se ci si appassionasse al football giocato in America, si capirebbe subito quanto il loro sistema sia avanti anni luce rispetto a quello europeo (anche se, per fortuna, qualche lega calcistica, non italiana, ne sta prendendo esempio, e i frutti iniziano a vedersi)". 

Come reputi possa evolvere la diffusione di questo sport in Italia? 
"Il football italiano è sicuramente in crescita rispetto a quando ho iniziato io. I giovani d’oggi mi sembrano più preparati e le squadre più competitive. Tutto ciò è ovviamente facilitato dal fatto che molte società italiane stanno lavorando sempre più sui giovani e l’imprinting a questo sport avviene prima rispetto a dieci anni fa".

Quali sono i tuoi prossimi appuntamenti?
"Sabato 9 giugno alle ore 19:00 ci giochiamo la Finale EFL Cup (Champions League). Noi, Seamen Milano, affronteremo Potsdam Royals a Sesto San Giovanni allo Stadio Breda. Sempre a Sesto, sabato 23 giugno saremo impegnati nella semifinale IFL (Italian Football League) con avversario ancora da definirsi. Vi aspettiamo sabato (9 giugno p.v., ndr) a tifare Seamen Milano!”.
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