2 Febbraio 2012FA Cup

Brighton: sole (poco), mare & football

Fino a due anni fa i Seagulls giocavano in LeagueOne, poi sono arrivati gli investimenti ma la rinasciata, nel calcio moderno, è passata ancora una volta da uno stadio avveneristico
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Foto tratta da wikipedia
In FA Cup non c’è turno che lasci senza sorprese… Questa volta l’impresa è del Brighton & Hove Albion, più conosciuto ai molti come località balneare dei londinesi o meta di vacanze studio per chi fortunatamente può spassarsela tra i teenagers che, come città “football addicted”.
Sì perché prima di questo questo weekend e dell’impresa sul Newcastle di Alan Pardew, l’ultima volta che in Inghilterra avevano sentito parlare del Brighton – finale di FA Cup 1983 esclusa - era ai tempi di Brian Clough. Siamo a metà degli anni 70 e l’allenatore leggenda si trasferisce dal (“maledetto”) Leeds al Brighton prima di accettare l’offerta del Nottingham Forest e con Tricky Trees poi vincere tutto.
Ecco, nel mezzo, per i tifosi dei seagulls (gabbiani, chi di voi è stato lì potrà facilmente ricordare il perché), poco più di trent’anni a girovagare tra le serie inferiori.

SORPRESA - Per quanto magica l’FA Cup ha ben poco di casuale, e anche quando una piccola si sbarazza di una prestigiosa, le ragioni possono essere ricondotte sempre a qualcosa, siano questi fattori esogeni o endogeni al football. La storia del Brighton, squadra neopromossa in Championship che vola al quinto turno ai danni del Newcastle, ha molto sia dell’uno che dell’altro elemento. Sì perché se è vero che il football si gioca in campo, e di conseguenza serve un impianto di gioco – che la vecchia conoscenza del Chelsea Gustavo Poyet ha dato – e giocatori che poi sul terreno si muovano come tali, lo è altrettanto che nel calcio moderno servono i soldi. E perché no un bell’impianto da 93 milioni di sterline e 23mila posti a sedere...

LA RICETTA - Passa ancora una volta dal marketing la rinascita di un club. Il Brighton ha costruito la sua risalita nel calcio che conta culminata – almeno per il momento, visto che anche in Championship i seagulls stanno volando (-3 dalla zona playoff) – con il passaggio del turno in FA Cup investendo su quello che inesorabilmente sarà il carburante di cui non si potrà mai fare a meno: lo spettatore. Sì perché non basta vendere i diritti TV se poi lo stadio è desolatamente vuoto (e la nostra Serie A ne è un bell’esempio…); non ha alcuna utilità nel lungo periodo puntare tutto sul “da casa” se poi quel prodotto perde di fascino e, magari due, tre, quattro anni dopo persino la televisione smetterà di comprarlo causa calo di ascolti (e ancora la nostra Serie A ne sa qualcosa con la vendita dei diritti tv all’estero…).

POTERE DEL MARKETING - Insomma la favola di Poyet e la risalita del Brighton nascono nel 2009 quando l’American Express, sponsor e finanziatore dell’impianto di Falmer che ora porta il suo nome “The Amex”, decide di investire nella costruzione del nuovo stadio cittadino. Normale poi che 23mila posti a sedere, espandibili in futuro fino a 30mila, vadano un po’ stretti per un club di LeagueOne. Ecco quindi gli investimenti in rosa, l’arrivo di quale giovane interessante e qualche altro dal cognome importante come Roland Bergkamp (nipote del Dennis ex Arsenal e Inter), un progetto costruito intorno ai tifosi, un allenatore che si è fatto le ossa come vice di Juande Ramos al Tottenham e il gioco è fatto. Soldi, è vero, ma anche lungimiranza. I puristi del pallone dovranno farsene una ragione: il futuro di questo sport è nelle mani del marketing e i tifosi del Newcastle ce lo possono confermare.
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