27 Giugno 2013 di Maurizio MaiocchiRugby

Rugby: Huw Bennet costretto al ritiro

Il gallese appende gli scarpini al chiodo per l'ennesimo infortunio. Sul banco degli imputati i fitti calendari e le poche pause
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Foto tratta da bbc.co.uk
La notizia è di pochi giorni fa: Huw Bennet lascia il rugby giocato. Il tallonatore gallese si è visto costretto ad appendere gli scarpini al chiodo dopo l'ennesimo infortunio al tendine d'achille, che sarebbe voluto dire una quarta operazione, cosa non da poco per un giocatore di 30 anni. “Devo valutare questa cosa per quello che è, ovvero un infortunio da fine carriera”, queste le dichiarazioni dell'ormai ex giocatore del Lione. Già, perché dopo una carriera passata agli Ospreys, Bennet aveva deciso di cambiare aria per ritrovare se stesso e la forma migliore; in Francia però non è mai riuscito a mettere piede in campo, sempre per colpa di una lunga serie di infortuni.

INFORTUNI, CHE PASSIONE Purtroppo Bennet non è un caso isolato nel rugby, sono molti i giocatori ed i campioni la cui carriera è stata segnata dagli infortuni. Basti pensare a Johnny Wilkinson, il mediano d'apertura della nazionale inglese che è stato fuori dal giro della nazionale per quasi un anno a causa dei continui problemi fisici, e che solo di recente è riuscito a tornare sui suoi livelli con la conquista dell'Heineken Cup con il Tolone. Ma non ci sono solo queste “favole”: appena un anno fa Lestyn Thomas, un altro grande giocatore gallese, a causa di un infortunio al collo è stato costretto a dire basta dopo 214 presenze con la maglia degli Scarlets e 33 con quella della nazionale del Galles.

LE CAUSE Qual'è dunque il motivo di tutti questi infortuni? Certo, il rugby è uno sport di contatto, sicuramente molto più di tutti gli altri, e un incidente può costare molto più caro di uno rimediato durante una partita di calcio o di basket. Ma non può essere solo questa la causa, in fondo i rugbisti sono abituati fin da bambini ad “incassare” i colpi. Una possibile risposta ci arriva dalla Nuova Zelanda, in particolare da Daniel Carter. Circa un mese fa l'apertura degli All Blacks e dei Crusaders, due volte miglior giocatore del mondo nel 2005 e 2012, si è fatto portavoce di tutti i suoi “colleghi” aprendo una polemica nei confronti della stesura dei calendari e delle poche pause concesse ai giocatori. In particolare, il campione neozelandese ha denunciato  la mancanza di tempo sufficiente per il pieno recupero fisico tra un impegno e l'altro, dando forza alla richiesta di allungare la pausa tra le due stagioni a otto settimane. “Credo che la IRB debba tenere in maggiore considerazione i consigli e le opinioni dei giocatori in questo genere di questioni. Sono un giocatore professionista da undici anni ormai, ma è dalla stagione 2002/2003 che non riesco a partecipare ad un allenamento di preparazione. Arrivo in gruppo tre settimane prima della prima uscita ufficiale. Non credo questo faccia bene a me e alla mia squadra.“. Un fiume in piena l'apertura, a cui però è davvero difficile dare torto: nel rugby contemporaneo la stagione è divisa tra campionati per club e province, test match e tornei con le nazionali. Forse è davvero il caso di dare ascolto a questi giocatori, se non si vuole correre il rischio di vedere altri campioni costretti ad appendere gli scarpini al chiodo.
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