27 Settembre 2012NFL

L’arbitro: un uomo, due destini diversi

La differenze di importanza e trattamento che vengono date ai fischietti in USA e Italia sono clamorose. In America i referees parlano col pubblico, in Italia... lasciamo stare
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Foto tratta da www.cnaofficials.net
A tutti coloro che, come me, sono appassionati di sport americani ma anche tifosi del calcio nostrano, sicuramente sarà capitato almeno una volta. La domenica pomeriggio si sta guardando un programma di approfondimento sulle partite di Serie A appena terminate, e si cambia canale per vedere l’NFL o il baseball MLB. Si nota fin da subito una differenza netta e ben marcata tra i due “mondi sportivi”: in Italia lo spazio dedicato alla moviola nelle trasmissioni sportive è larghissimo, talvolta si spende più tempo a discutere delle decisioni arbitrali che del calcio giocato, mentre dall’altra parte dell’oceano, della figura del referee (football) o dell’umpire (baseball) si sente parlare a stento. In America le designazioni arbitrali non sono mai oggetto di notizia, e gli stessi nomi degli arbitri sono sconosciuti al pubblico, che ne conosce massimo due o tre per lega. 

PAROLA D’ORDINE: ACCOUNTABILITY - Adesso, per spiegare questo fenomeno si potrebbero spendere pagine e pagine a discorrere sull'enorme differenza di cultura sportiva e di cultura del tifo tra gli Stati Uniti e noi, ma questo è stato già fatto ampiamente e da tanti. Noi ci collochiamo, invece, dall’altra parte della barricata, per osservare proprio gli arbitri, e notiamo che effettive discrasie tra gli sport americani e il nostro calcio esistono decisamente anche sotto questo punto di vista. Nella mia esperienza di tifoso di calcio, non credo di ricordare di aver mai visto una conferenza stampa tenuta da un direttore di gara. Nel mondo degli sport a stelle e strisce, invece, queste rientrano nella normalità: gli arbitri sono considerati e accettati dal pubblico e dai giocatori come un elemento umano dello sport, esattamente alla pari degli atleti che scendono in campo. Come umani, possono sbagliare, e se sbagliano, si assumono le proprie responsabilità. La parola chiave è “Accountability” (responsabilità): un arbitro che si comporta sempre in modo professionale guadagna il rispetto dei giocatori e degli allenatori e, di riflesso, anche degli addetti ai lavori e dei media. Le polemiche si spengono prima ancora di iniziare e si parla, come deve essere, dello sport giocato sul campo.

L’ERRORE DI JIM JOYCE - Per descrivere questa estrema professionalità dei direttori di gara nelle leghe professionistiche USA, basta fare un solo esempio pratico, accaduto veramente. E’ il 2010 e Armando Gallaraga, lanciatore dei Detroit Tigers di MLB, è ad una eliminazione dall’ottenere un perfect game, la massima prestazione per un pitcher, accaduta solo 23 volte in più di 100 anni di storia del baseball professionistico. L’ultimo out è una rimbalzante verso la prima base: Miguel Cabrera assiste Gallaraga che viene a coprire la base, ma l’arbitro, Jim Joyce, chiama inspiegabilmente il battitore salvo, con un madornale errore di valutazione, togliendo un posto nella storia al pitcher venezuelano di Detroit. Dopo la partita, Joyce è andato a parlare con i media con vero rammarico, scusandosi per la sua svista, e nella partita seguente Gallaraga è andato a portargli la formazione, stringendogli la mano e mostrandogli tutta la sua comprensione. Le decisioni arbitrali sono parte del gioco, e come tali sono accettate, senza pretendere della inumana perfezione da parte dei direttori di gara.

IL PROBLEMA DEI REPLACEMENT REFEREES - In verità, bisogna dire che di errori di questo tipo, in MLB, NFL, NBA, se ne vedono davvero pochissimi: la professionalità degli arbitri americani è anche sostanziale nel campo, indipendentemente dal loro assumersi le responsabilità. E il grande rispetto che tutti nutrono nei loro confronti deriva anche da questa loro grandissima competenza. Per questo motivo in questi giorni si stanno osservando anche negli USA delle polemiche sui referees del football americano: il sindacato degli arbitri professionisti si trova in una disputa sindacale con il commissioner della lega Roger Goodell, e le partite di queste settimane sono state dirette da replacement referees, che hanno ben poco della competenza che caratterizza i loro colleghi, e talvolta anche della loro imparzialità: la settimana scorsa un arbitro è stato escluso dal match Saints-Panthers perché il suo profilo facebook mostrava che era un accanito fan di New Orleans. Non sono solo i tifosi, quindi, la causa del divario nella visione dello sport tra noi e gli americani: probabilmente con un po’ più di “accountability” da parte dei nostrani arbitri le nostre domeniche si concluderebbero con meno polemiche.
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